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Oro, argento e...zafferano, la preziosa tradizione è servita in tavola

di Elisabetta Canoro | May 27, 2020

Attraversa la storia delle grandi civiltà, l'uso dell'oro a tavola, come prezioso ingrediente di piatti prelibati

La tradizione dell’oro in tavola, attraversa i millenni a partire dall’antico Egitto, passando per il Giappone imperiale e l’antica Roma, per comparire nelle corti signorili di Medioevo e Rinascimento, dove era simbolo e sinonimo di ricchezza. Basta ingerirne piccolissime quantità, ma l’oro è commestibile, idem l’argento. E nella loro forma edibile sono utilizzati puri, l’oro in 23-24 carati e l’argento in 999-1000 millesimi. In più, né l’oro né l’argento hanno sapore od odore, quindi sono due elementi che hanno una funzione prettamente scenica.

Tornando indietro nel tempo, l’oro era servito in tavola all’epoca degli antichi romani o tra le sale di principi e nobili che, in pieno Medioevo, allestivano sontuosi banchetti con centinaia di convitati. Anche nel Rinascimento, l’oro rimane sinonimo di esaltazione del lusso e dello sfarzo e un secolo dopo, nel magnifico banchetto di nozze tra Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona, tra le varie vivande spiccano un “vitello inargentato” (decorato cioè di una foglia di argento) e un agnello ricoperto di foglia aurea.

Si fa poi un salto fino al 1981, quando Gualtiero Marchesi propone il suo risotto oro e zafferano, la variante del risotto alla milanese del celebre chef. Nella cucina contemporanea, sulla scia di Marchesi, anche altri chef e aziende hanno utilizzato l’oro per rifinire le proprie creazioni. Curuioso il famoso macellaio imprenditore turco Salt Bae, che ha fatto delle sue bistecche dorate un vero e proprio marchio di fabbrica.

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