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Domenico Gnoli in mostra a Milano

di Redazione | Jan 29, 2022

La Fondazione Prada dedica una retrospettiva dell’artista romano

La Fondazione Prada ha presentato a Milano la Mostra “Domenico Gnoli” fino al prossimo 27 febbraio. Una interessante retrospettiva che è parte di una serie di mostre di ricerca che la Fondazione ha dedicato a personaggi e figure particolari come Edward Kienholz, Leon Golub, William Copley che non rientrano nelle principali correnti artistiche della seconda parte del Novecento. La retrospettiva, voluta e concepita da Germano Celant, riunisce e presenta oltre cento opere e disegni realizzate da Gnoli (Roma 1933-NewYork 1970) in venti anni tra il 1949 e il 1969, insieme con documenti, materiali storici, fotografie e testimonianze che consentono di ricostruire il percorso di vita e di lavoro dell’artista a oltre cinquanta anni dalla sua scomparsa.

Il progetto è stato sviluppato grazie alla collaborazione con gli archivi di Roma e di Maiorca che possiedono la totalità della storia personale e professionale di Gnoli. Scopo della mostra è quello di leggere e scoprire Gnoli con un discorso unitario che passa attraverso i collegamenti con la temperie internazionale storica e culturale del suo tempo e con le ispirazioni che gli sono derivate dal Rinascimento. Gnoli nasce con l’arte nel sangue, figlio e nipote di critici e storici dell’arte. La sua carriera è costellata di esperienze diverse che gli guadagnano molti consensi.

E’ pittore ma anche disegnatore di costumi, illustratore e scenografo, quest’ultimo mestiere, in particolare, lo fa conoscere a Londra come a New York. Tra Stati Uniti ed Europa espone in importanti gallerie e continua il lavoro di illustratore per varie riviste. Nel 1964 Gnoli fa emergere la propria pittura analitica e in una lettera parla di questa sua “mutazione”: “….ho sempre lavorato come pittore ma non lo si vedeva, perché era il momento della astrazione. La mia pittura è ora diventata comprensibile grazie alla PopArt…Mi servo di elementi semplici senza aggiungere o sottrarre nulla…i miei temi derivano dalla attualità, dalla vita quotidiana, da situazioni familiari, senza mai intervenire contro l’oggetto…”.

Gnoli, a suo stesso dire, si sente parte di una tradizione pittorica italiana “non eloquente”, che viene dalla lezione di Masaccio e Piero della Francesca e continua con Carrà, De Chirico e Severini e ancora con i contemporanei quali Dalì, Magritte, Bacon. Da quel momento in poi lo stile pittorico di Gnoli attraversa Minimalismo, Iperrealismo, PopArt, capovolge l’ordine dei valori – come commenta Salvatore Settis - per conquistare la ineloquenza, una sorta di impassibilità delle cose sospese in una realtà impersonale. Nella nuova ricerca artistica Gnoli esplora la realtà in modo diverso attraverso il dettaglio, abolisce il contesto e si concentra sul particolare evidenziandone le potenzialità.

È una pittura che diventa precisa quasi con taglio fotografico, che lavora su superfici, colori e materiali di oggetti inanimati. Osservando le tele che rappresentano con estrema minuzia elementi alla apparenza inadeguati quali ciocche di capelli, bottoni, cravatte, scarpe, poltrone e cassetti, sembra la rivincita degli oggetti insignificanti, come osserva Celant, secondari e trascurabili. E tuttavia tanti dettagli dipinti con cura sembrano dare una biografia agli oggetti. Tutto questo rappresenta uno stimolo visivo e mentale per l’osservatore; seppure banali, la pittura di Gnoli fornisce una sorta di nobiltà a questi oggetti appartenenti all’ambiente dell’uomo.

L’allestimento curato dallo studio 2x4 di NewYork vuole ricreare ambienti museali, con lo spazio espositivo suddiviso in composizioni monografiche. I lavori dell’artista sono raggruppati in serie tematiche grazie alle quali si può seguire la sua coerente direzione espressiva. Gnoli rilegge la rappresentazione classica nel perseguire la propria ricerca nel dare vita a immagini e oggetti al centro di una tela senza spiegazioni, a volte misteriosi tra realtà e immaginazione, incongrui attori al centro di una scena teatrale.

A cura di Daniela di Monaco

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